sabato 9 aprile 2016

Perché gli informatici non fanno carriera?

Pubblicato da Walter Vannini 5 anni or sono
da  | Feb 28, 2011 | 65 commenti

Se cominci a lavorare nel settore commerciale puoi partire come account o addetto marketing, diventare Area Manager e  in qualche anno essere Direttore Marketing o Vendite; con un pizzico di fortuna puoi finireAmministratore Delegato.
Se cominci nel settore amministrativo puoi cominciare come assistente, diventare Auditor interno e in qualche anno essere Direttore Amministrativo o Acquisti o del Personale; con un pizzico di fortuna puoi finire Amministratore Delegato.
Se cominci nel settore informatico, puoi cominciare come programmatore/sistemista junior, diventare programmatore/sistemista senior e in qualche anno dipenderai dal Personale, dall’Amministrazione, dal Marketing, dalle Vendite, dagli Acquisti o da tutti loro; non diventerai mai un dirigente, e con un pizzico di fortuna non tiesternalizzeranno.
Perché?
La spiegazione  più in voga fra gli informatici è che questo mondo di incompetenti non capisce il valore degli informatici.
La spiegazione più in voga fra i non-informatici è che gli informatici sono adolescenti compulsivo-ossessivi con un ego inflazionato e problemi relazionali e hanno esattamente quello che meritano. (ndr ma non è spesso così? Il problema spesso è proprio nella scarsa capacità di alcuni colleghi di collaborare con il proprio ufficio!)
Il risultato netto, comunque, è che tutti perdono: gli informatici non fanno carriera e le aziende sprecano capitali e potenziale umano enormi.
Diciamo una cosa antipatica: in azienda come sul mercato, le professionalità informatiche sono valutate il minimo indispensabile, esattamente come tutte le altre. La differenza è che per le altre professionalità è chiaro il valoreprodotto per l’azienda. E lo è perché si tratta di professionalità consolidate, socialmente ed aziendalmente assimilate. Non ci sono dubbi sul perché Amministrazione, Produzione, Marketing, Acquisti, Vendite, Personale siano ruoli chiave, sul perché l’azienda debba garantirgli le risorse: è grazie a loro che i soldi arrivano, vengono gestiti bene, spesi in modo oculato. L’azienda lo capisce, chi opera in quei ruoli pure e sa far valere le proprie ragioni.
E l’informatica? Dal punto di vista dell’azienda non è un ruolo chiave, è un costo e un rischio.
Ora, a chi toccherebbe promuovere l’importanza aziendale dell’informatica? Agli informatici, è ovvio. Ma gli informatici non lo fanno. Come dico sempre, tutte le funzioni lavorano per gli obiettivi dell’azienda, l’informatica lavora per i propri, e solo lei sa quali sono. (Chi è scettico può chiedere al proprio Amministratore Delegato quanto è disposto a pagare per far passare l’availability dal 99.741% al 99.982%; alla richiesta di parlare in italiano, potete dire “un’ora e mezza in meno al mese di guasti informatici “).
E quando si tratta di rendiconti? Allora tutte le funzioni si fanno in quattro per dimostrare che hanno saputo usare bene le proprie risorse per portare vantaggio all’azienda; l’informatica no: nel migliore dei casi l’informatica dimostra di avere impiegato le sue risorse (sempre inferiori alle richieste, fa notare) per “risolvere” problemi che nessuno capisce, e che comunque si ripresentano periodicamente.
E ci stupiamo che in azienda l’informatica venga vista come il fumo negli occhi?
Cominciamo riconoscendo alcune ovvietà dolorose:
  1. gli informatici sono inconsapevoli della loro importanza per l’azienda (non vedono al di là del lato “tecnico”)
  2. l’azienda è inconsapevole del perché gli informatici sono importanti (“sono un male necessario”)
  3. gli informatici non fanno nulla per valorizzare la propria posizione.
Il punto 3 è quello cruciale: gli informatici, che continuano a credere di essere in azienda per occuparsi di computer, continuano a vedere gli alberi senza vedere la foresta. Riuscite a immaginare un direttore Marketing che dica che il suo compito è “curare le campagne di marketing”? Un direttore amminsitrativo che dica “io sono qui per curare il bilancio”?
No, vero? Infatti nemmeno l’ultimo degli stagisti ometterebbe di mettere le sue attività pratiche nella prospettiva di un vantaggio per l’azienda (“garantisco che i membri del CdA abbiano informazioni puntuali, complete e aggiornate. Sì, cioè, faccio le fotocopie, ma quello è un dettaglio tecnico.”).
Solo gli informatici non vedono oltre la tastiera. E il resto dell’azienda li valuta di conseguenza: gli informatici sono dei tecnici, come i caldaisti, gli elettricisti, gli idraulici. Importanti, certo, ma privi di identità, intercambiabili, esternalizzabili. Non ti aiutano a fare meglio il tuo lavoro, (perché non sanno nemmeno quale sia, il tuo lavoro): si occupano che le macchine funzionino, così puoi lavorare in pace. L’azienda è una squadra, gli informatici sonopersonale di servizio.
E come reagiscono gli informatici? Avvalorando, con comportamenti e pensieri, questo stato di cose. È stupefacente vedere come la descrizione che un informatico fa della propria posizione aziendale sia pervasa da credenze irrazionali che costituiscono una zavorra insuperabile a qualsiasi evoluzione.

martedì 9 febbraio 2016

Göran Marby, un europeo per traghettare l'Icann fuori dagli Usa

http://www.corrierecomunicazioni.it/digital/39499_goran-marby-un-europeo-alla-guida-di-icann.htm

Svedese, prenderà il posto di Fadi Chehade che lascia a metà marzo. A lui il delicato compito di guidare il trasferimento di poteri dell'organismo a una community internazionale multistakeholder. Il sottosegretario Giacomelli: "Ottima notizia"


Sarà un europeo, Göran Marby, direttore generale dell'authority svedese per le Poste e Tlc il nuovo prossimo presidente e Ceo dell'Icann (Internet Corporation for Assigned Names e Numbers), l'organizzazione non profit Usa che si occupa dell’assegnazione degli identificatori unici di Internet (tra cui i nomi a dominio), e della sicurezza, stabilità e interoperabilità globale della Rete.
Marby prenderà il posto Fadi Chehade il cui mandato termina il 15 marzo. Assumerà l'incarico di ceo e presidente a maggio: fino al suo insediamento farà le funzioni di Ceo Akram Atallah, presidente della divisione Global Domains di Icann.
La nomina di un europeo apre al trasferimento dell'ICANN dal ministero statunitense del Commercio a un modello indipendente e internazionale: un progetto che nonostante i rinvii dovrebbe andare in porto nel 2017.
“La notizia di un europeo al vertice di Icann è un’ottima notizia - commenta il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli -. Complimenti e auguri di buon lavoro a Göran Marby che spero proseguirà nel solco tracciato dal suo predecessore, Fadi Chehadè, con cui la collaborazione è stata costante e proficua. Abbiamo sempre sostenuto che Icann avesse necessità di una nuova accountability e che l’Europa dovesse giocare un ruolo da protagonista nel processo di definizione della nuova governance di Internet: il dialogo con gli Stati Uniti su questi temi è fondamentale".
Oltre che dirigente dell'authority svedese Marby è stato amministratore delegato di aziende Ict e fondatore di startup. E' stato co-fondatore di AppGate Network Security, società di software di sicurezza, ad di Cygate, società di servizi di rete e Country Manager di Cisco in Svezia oltre che ceo di Unisource Business Networks in Svezia.
La nomina di Marby arriva ad un punto cruciale della storia di Icann: nel settembre 2017, con un anno di ritardo rispetto a quanto programmato, lo IANA (Internet Assigned Numbers Authority, l'istituto che regola l'assegnazione degli indirizzi del World Wide Web), passerà sotto il controllo di una community internazionale multistakeholder. Il passaggio dovrebbe essere stigmatizzato nel corso di una riunione all'inizio di marzo in Marocco.

martedì 20 maggio 2014

Informatica? Però interessante assai ...

BENI CULTURALI, LABORATORIO PER GLI APPALTI PILOTATI
di Antonio Forcellino, Il Manifesto, 20.05.2014


Secondo le ricostruzioni fatti dagli inquirenti di Milano, la manipolazione criminosa degli appalti dell’Expo avviene «in primo luogo con il confezionamento ad hoc di bandi di gara e capitolati».
Non è una novità per noi: in una serie di articoli apparsi sul manifesto, nel lontano 2010, si attirava l'attenzione su questo meccanismo negli appalti dei beni culturali dove «si può essere più discrezionali nella scelta e arrivare a indire bandi 'cuciti addosso' a imprese amiche». La denuncia passò inosservata perché solo l'intervento della magistratura sembra avere il potere in Italia di imporre correzioni alle cattive abitudini della politica e dell'amministrazione e questo è davvero un peccato perché quando si rubano soldi e si danno in cambio prestazioni scadenti o attrezzature inadeguate si può sempre immaginare di risarcire in futuro la frode, e il danno si limita all'erario. Ma quando si aggiudica un appalto sbagliato nei beni culturali si ruba un pezzo di futuro alla nazione, dal momento che l'arte è un bene non riproducibile. E nessuno potrà risarcire le generazioni future dei danni fatti con l'abrasione di un paramento lapideo romano o di quelli arrecati a un rivestimento in stucco tirato via da un bugnato rinascimentale. Gli appalti nei beni culturali sono ad alto rischio di manipolazione per l'alone «creativo» che circonda l'arte e in conseguenza è molto facile in questo settore rivendicare la discrezione e la insondabilità dei criteri adottati nei bandi per favorire una impresa «amica», il nostro patrimonio è stato, in questi anni, il laboratorio dove esercitare e mettere a punto i più arditi sistemi di evasione della legittimità dei bandi, estendendo la «particolarità» dei requisiti anche alle gare di progettazione o di rilievo per favorire potenti lobbies di professionisti. Eppure, chi conosce il restauro sa bene che le gare con «offerta economicamente più vantaggiosa» sono un insulto all'intelligenza dei funzionari onesti e delle imprese sane, dal momento che il restauro ha metodologie e materiali rigorosamente standardizzati e si definisce nel suo compiersi, dopo avere iniziato l'intervento sul manufatto. In un contesto rigidamente definito dalla tradizione e dalla teoria del restauro, chiedere delle «migliorie» in sede di gara è un controsenso. Per smontare questo meccanismo, prima che arrivi la magistratura, basterebbe slegare l'attribuzione dei punteggi sulle offerte tecniche dal punteggio economico. L'ambigua «offerta tecnica» deve servire solo a selezionare per la singola gara un numero, congruo di imprese all'interno del quale si determina il vincitore con il meccanismo automatico dell'offerta media. In questo modo, il Ministero per i beni culturali otterrebbe due risultati importanti per la tutela e la moralità; eliminare la piaga dei massimi ribassi e togliere alla stazione appaltante la possibilità di determinare il vincitore dell'appalto attribuendo punteggi esorbitanti al favorito in maniera da metterlo al sicuro dalla rimonta degli altri concorrenti. Togliendo alla stazione appaltante la possibilità di determinare con il punteggio discrezionale il vincitore, anche i bandi di gara diventerebbero immediatamente più idonei ad assicurare la selezione del miglior contraente, un principio che è alla base della buona amministrazione e che viene troppo spesso sacrificato agli appetiti di gruppi economici e funzionari poco scrupolosi. La questione è semplice e brutale: bisogna impedire alla stazione appaltante di determinare il vincitore con l'attribuzione discrezionale del punteggio e salvaguardare nello stesso tempo la possibilità di selezionare concorrenti tecnicamente idonei. Finché i soprintendenti avranno il potere di determinare con le commissioni di gara il vincitore attribuendo discrezionalmente un punteggio che determina la vittoria di un concorrente saremo tutti a rischio di corruzione, inclusi i soprintendenti e i funzionari direttori dei lavori che si trovano poi sul cantiere e dover gestire imprese non sempre idonee o non necessariamente le più idonee. Nello stesso tempo, se davvero la natura del bene è tale da necessitare selezioni specialissime, si alzi la soglia dell'affidamento diretto del quale, però, è il soprintendente che si prende la responsabilità motivandolo di fronte alla comunità con ragioni ben fondate. Una amministrazione che non è in grado di affidare tali responsabilità neppure in casi eccezionali ai propri soprintendenti come può dormire sonni tranquilli? Ci si chiede da tempo perché un correttivo così semplice non sia stato attuato. Il ministro Franceschini ha oggi una grande opportunità, dopo le finte riforme abortite dai suoi predecessori: può cambiare senza aggravio di spesa un meccanismo molto dannoso alla gestione del patrimonio sia perché utilizza male le poche risorse disponibili sia perché mortifica la professionalità di quelle imprese che sono parte integrante del patrimonio italiano. Un tale provvedimento consegnerebbe ai funzionari e ai soprintendenti, strumenti più idonei a gestire il delicato lavoro materiale sul nostro patrimonio, che infine dovrebbe essere l'obiettivo prioritario di una sana amministrazione.


(la foto, ovviamente, si riferisce ad un restauro "qualsiasi" ...) 

giovedì 28 febbraio 2013

Stanchi di passare la vita sui social? Dateci un taglio…suicidatevi!

Stanchi di passare la vita sui social? Dateci un taglio…suicidatevi!- di Chiara Laterza - 

  La vita sui social vi rende nervosi, stressati, apatici, privi di entusiasmo nell’affrontare le sfide di ogni giorno? Dateci un taglio…suicidatevi! Ovviamente, resta ben inteso…solo sul web.

 21 febbraio 2013



La vita sui social vi rende nervosi, stressati, apatici, privi di entusiasmo nell’affrontare le sfide di ogni giorno? Dateci un taglio…suicidatevi! Ovviamente, resta ben inteso…solo sul web. Se ancora non ne siete a conoscenza, infatti, sappiate che esiste un sito internet, chiamato Suicide Machine che in meno di un’ora (52 minuti per l’esattezza) vi permette di cancellare ogni traccia di voi da social network come Facebook, Twitter, Linkedin, Google Plus e MySpace. 
(continua a leggere cliccando sul link in alto)

giovedì 21 febbraio 2013

Si o no?

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Il blog è off? No. Riprende ...

mercoledì 11 gennaio 2012

Icann lancia la nuova internet Domini aperti e multi-codice

Questa notizia, ovviamente, non è per lo "Stay hungry, stay foolish" people che crede che il web sia stato costruito dai maghetti ... e dal commercio. Non a caso, su Repubblica è firmato da Giulia Belardelli piuttosto che dal Jobs de' noantri il mitico Riccardo Luna (dal Romanista al Web!)...

Dopo anni di gestazione, l'organismo nato per garantire la stabilità e lo sviluppo della Rete dà il via libera alla più grande apertura di domini di 1º livello. Si accetteranno anche nomi in alfabeto cinese e arabo: tramonta così l'egemonia a stelle e strisce sul Web di GIULIA BELARDELLI

CI VORRA' del tempo prima di comprenderne gli effetti, ma internet sta per intraprendere uno dei cambiamenti più significativi della sua storia. Ce ne accorgeremo quando vedremo indirizzi Web terminare con caratteri a noi sconosciuti, ma pane quotidiano per popolazioni che, giorno dopo giorno, fanno un uso sempre maggiore della Rete. Dal 12 gennaio, infatti, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l'organizzazione non profit nata con il compito di assicurare la sicurezza, lo sviluppo e la stabilità di internet, inizierà ad accettare le richieste per una nuova classe potenzialmente infinita di nomi di dominio di primo livello (i cosiddetti TLD, "top-level domain"). Potranno nascere, dunque, suffissi Web di ogni tipo a patto che si sia disposti a pagare 145.000 euro e si riesca a superare la fitta rete di controlli ideata da Icann per scongiurare il rischio di frodi e "occupazioni" virtuali.

Sullo sfondo di questo piano - il cui iter va avanti da ben sei anni - c'è il malumore di diverse aziende e organismi internazionali. Non solo: a storcere il naso è soprattutto il Congresso americano, il quale non vede di buon occhio l'internazionalizzazione che è alla base del nuovo sistema. Una delle novità più grandi, infatti, mette in crisi l'egemonia occidentale (e statunitense in particolare) anche dal punto di vista linguistico, ammettendo la possibilità di nomi composti da caratteri non latini. Chi l'ha detto, d'altronde, che gli alfabeti cinese, cirillico e arabo non debbano avere diritto di cittadinanza a fine URL? Ecco dunque nel dettaglio in cosa consiste il nuovo piano e quali conseguenze potrebbe avere sul volto sempre più multietnico di internet.

A ognuno il suo dominio. Ad oggi nel cyberspazio esistono solo sedici possibili indirizzi alla destra del punto (come .com e .net) che non si riferiscono a Paesi o territori (come .uk o il nostro .it). Negli ultimi anni Icann ha lavorato per aggiungere a questa categoria nuovi domini, cercando allo stesso tempo di proteggere i marchi e i consumatori. Da giovedì prossimo e fino al 12 aprile, aziende, governi e comunità di tutto il mondo potranno presentare domanda per introdurre e gestire un nome di dominio a propria scelta. Poi toccherà alla stessa Icann, in collaborazione con l'Interpol, il compito di verificare l'attendibilità dei singoli applicanti e scovare eventuali richieste indebite. Al momento è impossibile prevedere il numero delle domande che verranno archiviate nel corso di questi tre mesi: alcuni parlano di centinaia, altri di migliaia.

Internet che cambia. Il CEO di Icann, Rod Beckstrom, ha confermato il calcio d'inizio durante una conferenza stampa che si è tenuta a Washington DC, nel centro nevralgico dove lobbisti di ogni bandiera hanno passato gli ultimi mesi a cercare di fargli cambiare idea. "Questa settimana si apre una nuova era per il sistema dei nomi di dominio, una pietra miliare nella storia di internet", ha detto Beckstrom. "Internet, come sappiamo, è stato sviluppato inizialmente negli Stati Uniti. Era americano al 100%, ora sta diventando 100% globale. Il nuovo piano facilita questa transizione, che è un bene per il mondo e per l'umanità".

Non solo alfabeto latino. Il ragionamento di Icann, organizzazione composta da una galassia di soggetti diversi, è che ormai nel mondo metà degli utenti di internet - circa un miliardo - si trova in Asia. Di questi, quasi 500 milioni sono in Cina. "È un paradosso che oggi su internet non ci sia un singolo dominio generico di primo livello scritto in caratteri cinesi o arabi", ha detto Beckstrom. "Grazie al nuovo programma, per la prima volta organizzazioni di Pechino, di Nuova Delhi o del Qatar potranno fare domanda per nomi di dominio nei propri alfabeti. Gli utenti di queste aree geografiche vogliono l'accesso a queste risorse, si rendono conto che è un loro diritto e non è giusto aspettare oltre".

Le critiche. L'aspetto multiculturale, però, non è bastato a convincere il Congresso americano e le tante aziende e organizzazioni che si sono schierate contro il piano. Un primo problema riguarda la proprietà intellettuale e la protezione dei marchi di fabbrica. Il fenomeno incriminato, noto come cybersquatting, si verifica ogni qualvolta un soggetto si impossessa indebitamente del nome di dominio di un marchio altrui a scopi criminali e/o di lucro. Uno dei rischi, dunque, è che le aziende inizino a investire in maniera difensiva per proteggere i loro brand comprando suffissi Web che non avrebbero mai avuto intenzione di utilizzare - un po' come sta accadendo con il famigerato dominio porno .xxx, per ora andato a ruba più tra le università e le aziende in forma preventiva che tra le varie anime del porno. Preoccupazioni a riguardo sono state espresse anche dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) che insieme hanno scritto una lettera all'Icann chiedendole di preservare indirizzi come .un o .imf.

Il braccio di ferro con il Congresso Usa. Né sono apparse più morbide le posizioni del Parlamento americano, che con il senatore democratico Jay Rockefeller ha chiesto a Icann di "limitare drasticamente" il numero dei nuovi domini, mentre il presidente della Federal Trade Commission, Joe Leibowitz, è arrivato a definire il provvedimento come un "potenziale disastro" e una "porta d'accesso alle frodi online". Secondo il Wall Street Journal, il braccio di ferro rende l'idea di come il peso del Web sia cambiato nel corso dell'ultimo decennio. L'organizzazione, infatti, fu fondata nel 1998 per sollevare il governo statunitense dalla responsabilità di accollarsi da solo "la stabilità operativa del Web". Da allora i suoi processi decisionali sono sempre avvenuti in modo forse caotico, ma di fatto pluralista: tra i gruppi d'interesse che gli orbitano attorno ci sono governi, ma anche aziende, enti di registrazione, aziende, esperti di sicurezza e altre non profit, in un multiverso così vasto da rendere impossibile la dominanza di un soggetto sull'altro.

Il nuovo volto di internet. Da tempo, quindi, Washington ha perso quel ruolo di leadership che a volte ancora vorrebbe avere. "Icann è un'organizzazione internazionale", ha ricordato il CEO. "Ha sede in America ma rappresenta interessi globali. C'è una tensione con chi vorrebbe che fosse un organismo statunitense, ma non lo è". In tutto ciò la sicurezza resta un tema cruciale (per capirlo basta dare un'occhiata alla Applicant Guidebook http://newgtlds.icann.org/en/applicants/agb 1), su cui però è necessario "lavorare tutti insieme, e quindi anche con Paesi come la Siria, la Corea del Nord, l'Iran". Difficile fare previsioni su come sarà internet tra 5-10 anni. "Di certo - ha azzardato Beckstrom - somiglierà meno a un singolo Paese e più al mondo così com'è. Sarà più ubiquo, ci saranno più nomi, dispositivi, diversità. Ci sarà spazio per lingue diverse, meno latino e più cinese, arabo, cirillico. Qualcuno si potrà chiedere perché stiamo facendo questo. La domanda è un'altra: come avremmo potuto aspettare ancora?".


(11 gennaio 2012)

domenica 8 gennaio 2012

RAMNIT

Secondo lo stile dell'epoca un virus scoperto nell'aprile 2010 diviene improvvisamente il bau bau per cui tutti i mezzi di "informazione" lanciano vibrate e sentiti allarmi come se la cosa si fosse scatenata virulentemente da poche ore!!

Tutti a lanciare e rilanciare disperati appelli.

Questa è la fonte cui tutti gli "al lupo al lupo" hanno attinto.

mercoledì 21 dicembre 2011

“La vera scommessa è il New Deal digitale” di Riccardo LUNA

Ai ridicoli articoli "jobsiani" (Stay hungry, stay foolish but mainly PAY for my apps) di Riccardo Luna su Repubblica (giornale che ha scelto, per quanto concerne il web lo spettacolo rispetto alla competenza) sulla banda larga si oppone la realtà: l'italia è 22° in Europa per l'accesso al Web.
Basterà leggere il Rapporto ISTAT su Cittadini e nuove tecnologie. Oppure leggere quello analogo del Censis di alcuni mesi or sono.
Al buon Luna manca solo il maglione nero .... (e quella barca di soldi che rendevano Jobs il santone più ricco della storia)

“La vera scommessa è il New Deal digitale” di RICCARDO LUNA da La Repubblica del 17 dicembre 2011

Scommettere tutto su Internet, oggi, in Italia, non è più un fatto ideologico. È un fatto economico. Conviene a tutti. L´economia digitale è capace di creare nuova occupazione. Ed è una capacità dimostrata da decine di studi. L´effetto della diffusione della banda larga sulla crescita del prodotto interno lordo non è solo una formula matematica. C´è di più oggi, in Italia. Come Paese siamo davanti a un´occasione storica: l´azzeramento del cosiddetto divario digitale è ormai a un passo. E questo vuol dire tante cose, ma soprattutto una: poter fissare il conto alla rovescia per portare tutta la pubblica amministrazione in rete e soltanto in rete. E quindi abolire la carta nelle operazioni con lo Stato e gli enti locali. Cancellare per sempre le file. Superare opacità e inefficienze. È un sogno lontano, presente in documenti e atti ufficiali di tutti i governi di ogni colore da una quindicina di anni. Ora si può realizzare.
Manca infatti davvero poco dall´obiettivo minimo di garantire a ciascun cittadino un accesso decente alla rete. Non parliamo qui degli ambiziosi target fissati dall´Agenda digitale europea che prevede che tutti abbiano un accesso a Internet con una connessione minima di 30 megabit entro il 2015 (per dare un´idea: oggi in Italia siamo a 3 megabit in media. Manca un´eternità). Per arrivare fino a lassù non basta la banda larga in rame: serve una banda ultralarga, garantita solo dalla fibra ottica o dall´Internet mobile di nuova generazione (Lte). E servono investimenti dell´ordine delle decine di miliardi di euro per i quali si sta attrezzando una grande alleanza che vede assieme quasi tutte le compagnie telefoniche, la Cassa depositi e prestiti del ministero dell´Economia, più un grande fondo privato dedicato alle infrastrutture (F2y). Quell´alleanza ha la bandiera di Metroweb, si sta ancora consolidando e se tutto andrà bene vedremo i suoi benefici effetti, soprattutto sulle grandi città e i distretti industriali destinatari della banda ultralarga, nella seconda metà di questo decennio.
L´obiettivo che abbiamo davanti oggi è molto più semplice e molto più vicino. Dare a tutti un accesso alla rete a uno o due megabit: non sono tanti ma sufficienti per navigare, usare la mail e persino gestire un sito. Farlo vuol dire unire la nuova Italia nel segno di Internet: il Nord, che è già molto connesso (con Lombardia e Trentino a guidare la classifica), e il Sud che invece in certe aree arranca (soprattutto Molise e Basilicata). Le città alla campagna. I nativi digitali e i loro nonni. Passare insomma dal digital divide al digital united.
Perché è così importante? Perché soltanto quando tutti gli italiani, nessuno escluso, avranno la possibilità di collegarsi alla Rete, lo Stato potrà fare la scelta di diventare “solo digitale”. Il cosiddetto switch over (simile come concetto a quello avvenuto con il digitale terrestre della tv, ma molto più ambizioso) dovrà avvenire dopo una transizione, naturalmente, ma il giorno che questa sarà terminata, saremo davanti alla più grande rivoluzione sociale che il Paese ha vissuto dai tempi della unificazione. E i risparmi sarebbero enormi.
L´ultimo calcolo di una digitalizzazione di Sanità, Istruzione e Giustizia, firmato da Confindustria, risale a un paio di anni fa ed è quindi necessario aggiornare quei numeri: ma come ordine di grandezza parliamo di valori pari a una manovra come quella appena approvata dal governo. Di qualche giorno fa invece è uno studio di fattibilità dell´economista Francesco Sacco e del tecnologo Stefano Quintarelli per la cosiddetta digitalizzazione delle fatture: in questo caso si calcolano risparmi fino a due miliardi l´anno per lo Stato e fino a 60 miliardi per le imprese. Lo studio è già sul tavolo del governo.
E fin qui parliamo solo di risparmi, senza considerare l´impatto della banda sulla nuova occupazione, sulla crescita economica e, non meno importante, sulla crescita culturale del Paese che da fanalino di coda mondiale dell´economia digitale potrebbe condividere la leadership con i Paesi più avanzati.
Quanto costa fare questo passo? Pochissimo. Partiamo da quanta Italia è ancora “digital divisa”. Secondo le stime più attendibili, prodotte dall´Osservatorio banda larga, il 6 per cento della popolazione è al buio (a questi va aggiunto un 40 per cento che non ha richiesto un accesso alla Rete pur vivendo in una zona coperta, ma si tratta evidentemente di un problema culturale). L´obiettivo è quindi mettere in Rete tre milioni e mezzo di italiani che vivono soprattutto in zone rurali o isolate ma non solo. Farlo, sempre secondo l´Osservatorio banda larga, costa meno di 600 milioni di euro. Una somma alla nostra portata anche in tempi difficili come questo. Qualche giorno fa per far ripartire opere pubbliche e infrastrutture, il ministro Passera ha sbloccato 12,5 miliardi di fondi fermi al Comitato interministeriale programmazione economica (Cipe). La banda larga non c´era. Eppure al Cipe ai tempi del governo Berlusconi, si erano volatilizzati 800 milioni a essa destinati. E soprattutto, l´asta per le frequenze per Internet in mobilità (Lte) qualche mese fa ha generato un surplus di più di un miliardo di euro che si era stabilito che sarebbe stato reinvestito nel settore prima che il ministro Tremonti lo usasse per tappare i buchi.
Il governo ha quindi davanti una occasione imperdibile: come il New Deal di Franklin Delano Roosevelt poggiò la ripresa degli Stati Uniti sulla costruzione di strade e ponti, il New Deal di Mario Monti può scommettere sulle autostrade dell´informazione e sui ponti della conoscenza fra i cittadini italiani e il mondo. Il punto non è se ci possiamo permettere di farlo: è che probabilmente non ci possiamo permettere di non farlo.

mercoledì 13 luglio 2011

Rapporto Censis/Ucsi su "I media personali nell'era digitale"

Il rapporto è stato presentato questa mattina.
la presentazione è stata affidata Giuseppe De Rita - Presidente Censis

Ha presentato il Rapporto:
Giuseppe Roma - Direttore Generale Censis

Ne hanno discutosso:
Andrea Melodia - Presidente Ucsi
Cesare San Mauro - Presidente Advisory Committee 3 Italia
Maurizio Costa - Amministratore Delegato Mondadori
Paolo Garimberti - Presidente Rai

Del rapporto hanno parlato già stamane vari quotidiani (cito per tutti la Repubblica e hanno presentato cifre, analisi e considerazioni.
Ma su queste tornerò in altro momento.
Quello che mi ha colpito è la totale disinformazione sull'essenza stessa del web 2.0 che trasudava dalle parole degli intervenuti che non fosse un generico riferimento, da parte di Maurizio Costa, ad e-book e applicazioni varie per tablet, iQualcosa di tutti i tipi.
Dal rimpianto di Garimberti per il giornalismo ruvido, sul campo (ma perchè il web lo nega?) alle varie considerazioni su quantio desiderano il web libero e gratuito visto come antitesi allo sviluppo "di qualità" del web stesso.
Ritornava l'ombra del sopravvalutatissimo Fabio Metitieri autore de "Il grande inganno del Web 2.0" libro nel quale si invoca il ritorno del "vero giornalista" di fronte ai divi del web. Analisi superficiale, corporativa e comunque del tutto errata.

La sensazione è che nessuno del lotto dei partecipanti avesse conoscenza, se non letteraria e magari da "Facebook" del web 2.0. Facebook non è il male assoluto, non è solo tema per un film, non è una barzelletta ma soprattuto non esaurisce il web 2.0.
Qualcuno lo spieghi al consesso di esperti di carta stampata che discettava di web ....

Ritornerò sul tema.

domenica 6 febbraio 2011

Attacco hacker al sito del governo



Attacco hacker al sito del governo
La Polizia: "Nessun furto di dati"


Alle ore 23.00 ancora persiste l'indisponibilità del sito !!!

sabato 29 gennaio 2011

How big is InterNet ?

martedì 18 gennaio 2011

Scrivi alla redazione di Governo.it


Ho provato a scrivere alla Presidenza del Consiglio compilando il form presente nella pagina http://www.governo.it/scrivia/RedWeb_Form.htm.

Ho provato sia da Explorer sia da Firefox. Ho provato da due postazioni diverse. (reti diverse, quindi, IP diversi)
Risultato sempre identico.
Ma il form è vero (???) o solo uno specchietto per far "vedere" interesse mentre, in realtà, nulla funziona.

martedì 11 gennaio 2011

Il nostro futuro è digitale. Ma il nostro passato come conservarlo ?

Vedendo i due video, ciascuno di voi si sarà fatto un’idea e soprattutto avrà ritenuto di certo molto interessanti le tematiche trattate. Nella puntata di E Se Domani del 20 Novembre 2010, si discute ovviamente del problema relativo alla differenza tra la conservazione del digitale rispetto alla conservazione della carta. Nella discussione della trasmissione si nota come la digitalizzazione seppur più complessa rispetto alla forma cartacea dei dati, assolutamente è necessaria perché offre vantaggi maggiori rispetto alla conservazione analogica. Lo scopo dell’esperto di conservazione dei records, è proprio quello di assicurare nel tempo la corretta integrità dei dati digitali, attraverso degli standard riconosciuti a livello internazionale. Nella trasmissione ad esempio viene riportato il lavoro di digitalizzazione che sta implementando la biblioteca vaticana. Il Vice prefetto ci dice che la digitalizzazione di tutta la biblioteca vaticana è certamente necessaria, ma oltre alla presenza di esperti del settore (penso quindi ai Records Manager, ai Responsabile della conservazione e ovviamente agli archivisti) , tale digitalizzazione seguirà alla lettera lo standard della NASA degli anni 60, ovvero FITS, di cui parlerò nel mio prossimo articolo. Il paradosso che si evince da alcune considerazioni della puntata, è che la conservazione dei manoscritti, di cui si fa un esempio in trasmissione, è avvenuta in forma cartacea, perché ovviamente era l’unico metodo di conservazione dell’epoca . Se fosse stato su un CD come dice il presentatore Alex Zanardi, probabilmente noi oggi non avremmo potuto visionare e leggere alcuni manoscritti.

(continua su http://www.nicolasavino.com/)

lunedì 13 dicembre 2010

Wikipedia e Sgarbi

Un esempio di teppismo (non la vicenda personale/politica/professionale) sulla voce Sgarbi inclusa in Wikipedia e di quali siano i rischi insiti nell'uso del mezzo.
Non capisco, francamente, quale soddosfazione possa avere il "teppista di turno".

giovedì 9 dicembre 2010

Ridicoli

Internet in Costituzione: firma per rendere la Rete un diritto

All'Internet Governance Forum di Roma la proposta del giurista Stefano Rodotà e Wired Italia: il Web è di tutti
29 novembre 2010 di Nicola Bruno

* Internet in Costituzione: firma per rendere la Rete un diritto

Vuoi che la Rete sia un diritto per tutti? Firma la petizione di Wired Italia per inserire questo principio in Costituzione. È la posizione del giurista Stefano Rodotà che, durante l’ Internet Governance Forum di Roma, ha lanciato un appello: modificare la Costituzione per garantire il diritto a Internet. Ecco la sua proposta:

Articolo 21-bis della Costituzione
Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adegua
te e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

sabato 16 ottobre 2010

Internet for Peace non è stata una campagna di marketing (dice Riccardo Luna)

Internet for Peace non è stata una campagna di marketing

Da leggere. Come è da leggere, in perfetto stile grillinista la chiusa dell'articolo "Come sempre certe accuse qualificano chi le muove. E anche certe risposte. Il tempo dirà chi aveva ragione."

Questo l'articolo, che consiglio di leggere sulla sua sede naturale, ovvero Wired.it

"Subito dopo l'annuncio del Nobel della Pace a Liu Xiaobo, sono comparsi due post complessivamente molto critici sul valore culturale di Internet for Peace, ridimensionato ad una mera campagna di marketing per il giornale. Ma non sarebbe esatto dire che i due autori hanno aspettato l'annuncio di Oslo per dire la loro: Mirko Pallera e Max Cavazzini in passato si erano già espressi con gli stessi toni e gli stessi argomenti. C'è una coerenza in loro che non offusca il tempismo. Avrei poco da aggiungere: le loro sono opinioni, non mi fanno piacere naturalmente, ma ciascuno può pensarla come crede. La Rete è piena dei materiali prodotti in dieci mesi di campagna: ciascuno può guardarsi il video di Negroponte, leggere la lettera di Yoani Sanchez, seguire l'impegno di Shirin Ebadi, e giudicare l'autenticità della campagna fatta.

I due post però hanno chiamato in causa anche i lettori di Wired che hanno aderito alla campagna, ingenuamente, secondo Pallera e Cavazzini. E su Twitter alcuni mi chiedono di rispondere ai fatti contestati. Lo faccio volentieri, provando ad essere esaustivo. 1 – “Dietro la campagna di Internet for Peace c'è Wired”. E' vero, e come direttore ne sono onorato. Abbiamo ideato la campagna e l'abbiamo sostenuta con passione per oltre trecento giorni.
2 – “Dietro Wired c'è Condé Nast, l'editore di Vogue”. Anche questo è vero, ma aggiungo: e allora?

3 - “La campagna è stata voluta da Ogilvy per posizionare Wired”. Questo non è esatto. Ogivily, com'è noto a molti, ha gestito il lancio di Wired in Italia. Il rapporto con l'agenzia – dal punto di vista contrattuale - è finito qui. Non quello con Paolo Iabichino, il direttore creativo, che è persona che stimo (ha inventato il concetto di Invertising, seguite il suo blog su wired.it). Ho raccontato più volte, l'ultima sul Post di Luca Sofri il 20 settembre, che il manifesto di Internet for Peace è stato scritto assieme a Paolo al quale mi ero rivolto per un consiglio. E' una colpa? Il fatto che l'abbia scritto uno che nella vita fa il direttore creativo lo rende fasullo? Non credo.

4 – “La campagna è servita a far vendere più copie a Wired”. Anche questo purtroppo è falso. Non credo di mettere in imbarazzo nessuno se rivelo che il mio editore è stato sempre contrario a Internet for Peace. Per un motivo semplicissimo. Non serviva al giornale, non faceva vendere più copie. Ma aggiungo che mai mi è stato impedito di fare nulla a Wired. La libertà editoriale di cui godo è un lusso: l'unico limite che mi viene dato sono i risultati del giornale. Con Internet for Peace, me ne rendo conto, ho rischiato parecchio: pensare di vendere più copie di un giornale parlando dell'esule birmano Ashin Mettacara invece di Ashton Kutcher, o del blogger georgiano Georgy Jakhaia invece di George Clooney, vuol dire essere pazzi. Io non sono pazzo, non ho pensato un solo istante che quelle storie mi avrebbero fatto vendere più copie, ma pensavo giusto pubblicarle perché quelle voci avessero più forza.

5 - “La campagna è servita ad accreditare l'immagine di Luna quale Internet-man”. Anche questo è sbagliato, almeno come intenzioni. Amo la Rete ma non sono e non voglio essere un Internet-man, qualunque cosa questo voglia dire. Sono un giornalista, con un forte senso civico, che mette molta passione in quello che fa. Sempre. Per un motivo semplice: credo che i giornalisti abbiano il privilegio e la responsabilità di una funzione pubblica. Raccontare la vita. E questo va fatto con scrupolo, coraggio, senza guardare al ritorno economico quale primo obiettivo. Io ci provo, la mia storia testimonia del fatto che ci ho sempre provato. Spero di esserci riuscito anche con Internet for Peace.

6 - “La campagna è servita a prendere pubblicità di aziende che altrimenti non sarebbe arrivata”. Non credo. Io credo che Telecom, Fastweb e Vodafone, per citarne alcuni, avrebbero comunque investito in Wired come hanno fatto. Ma ritengo uno straordinario successo aver convinto corporation mondiali a mettere da parte per una volta la comunicazione dei rispettivi prodotti per dare spazio al valore della comunicazione, all'importanza di comunicare. Vedere, per esempio, Lancia pubblicare una pagina nera con del fil di ferro e la scritta: “World Without Walls”, lo ascrivo ad uno dei meriti di i4p.

7 - “La campagna ha avuto qualche riscontro in Italia fra i soliti blogger ma non all'estero”. E' vero esattamente il contrario. In Italia il manifesto di i4p è stato accolto con molta freddezza da tanti blogger per motivi che non fatico ad immaginare, ma ha avuto grandi riscontri fuori dalla Rete. Penso ai 160 parlamentari che lo hanno firmato (fateci caso, sono gli stessi che oggi vogliono abolire il decreto Pisanu sul wifi); alle tante associazioni che ci hanno sostenuto; alle città e alle Regioni che hanno aderito (dal Veneto leghista alla Puglia di Vendola). Ma il vero successo di questa campagna è stato lontano da qui. Non penso solo agli oltre duecento paesi dove abbiamo registrato adesioni. Il Parlamento europeo ci ha invitato a tenere una conferenza a Bruxelles, la commissaria Ue per la Digital Agenda Noelie Kroes ha sostenuto la candidatura, Pat Mitchell ci ha invitato al Paley Center for Media di New York per chiudere la campagna. E il giorno prima dell'annuncio di Oslo la Bbc in home page ospitava due OpEd, una mia e una di Eugeny Morozov (contro). Con grande rispetto. E soprattutto, il comitato di Oslo ha ufficialmente accolto la candidatura il 1° febbraio scorso, quella assieme ad altre 236. Ma Internet è poi finito nella short list, e, secondo i bookmaker inglesi, era il secondo o terzo favorito per la vittoria finale. Questo nel mondo ha generato un flusso ininterrotto di tweet a favore e contro nell''ultima settimana ma in Italia non lo sa quasi nessuno, non solo perché i giornali e le tv lo hanno ignorato, ma anche perchè in Rete non è che ci sia stata una gara per far circolare la notizia.

8 – “La campagna non ha avuto nessun senso, il Nobel è per le persone”. Questa è una opinione che trascura il messaggio più profondo che abbiamo cercato di dare, ci sarebbe poco da dire, se non che un secondo dopo l'annuncio di Liu Xiaobo mi sono congratulato con il comitato di Oslo: è stata la scelta migliore. Ma da qui a dire che i4p non abbia avuto senso ce ne passa. Bisognerebbe dirlo a Shirin Ebadi, che avendo vinto il Nobel della Pace nel 2003 nella sua qualità di attivista dei diritti umani dissidente, merita almeno lo stesso rispetto di Xiaobo. Bisognerebbe dirlo a Nicholas Negroponte che non sarà famoso e rispettato come Cavazzini e Pallera, ma ha scritto qualche libro fondamentale per la storia della cultura digitale. E uno potrebbero dire: e noi lo sosteniamo lo stesso, era tutta una bufala. D'accordo, sostenetelo, ma io mi tengo stretto il consenso culturale di persone che non conosco personalmente ma che ammiro per i loro lavori, quali Jeff Jarvis o David Weinberger che hanno ritenuto di sostenere le ragioni della candidatura. E il post con cui Vint Cerf, uno dei Padri di Internet, questa estate spiegò perchè aveva senso considerare la Rete molto di più di “un network di computer”. Ma mi tengo stretti anche i tanti, tantissimi messaggi di questo anno, ricevuti anche dopo il verdetto di Oslo, mandati da coloro che hanno capito cosa abbiamo fatto. E perché. Per loro ho infinita gratitudine che mi rende più lieve la fatica di questi giorni frenetici.

Credo di aver detto tutto, altrimenti ci tornerò sopra. Ringrazio Pallera e Cavazzini che con i loro post mi hanno convinto che era necessario dire qualcosa di più prima di chiudere il sipario. Come sempre certe accuse qualificano chi le muove. E anche certe risposte. Il tempo dirà chi aveva ragione."


Dimenticavo ... a chi sarebbe toccato il compito di gestire il milione di euro assegnato dal Comitato al vincitoree del premio?

Dimenticavo 2 ... sul direttore di Wired Riccardo Luna c'è anche la voce su Wikipedia ....

mercoledì 1 settembre 2010

Paul Allen in causa contro il Web - da Punto Informatico

Paul Allen in causa contro il Web

In ballo quattro brevetti sull'ecommerce e 11 aziende del Web. Il co-fondatore di Microsoft decide di lanciarsi a testa bassa contro la Rete, ma occhio a bollarlo come patent troll


Paul Allen in causa contro il WebRoma - Interval Licensing, azienda di proprietà del co-fondatore di Microsoft Paul Allen, ha fatto causa a Apple, Facebook, Google, YouTube, eBay, Netflix, Yahoo!, AOL, Office Depot, OfficeMax e Staples: tutti sarebbero colpevoli di aver utilizzato tecnologie protette da quattro brevetti concessi più di dieci anni fa.

Tirati in ballo sono i brevetti numero 6,263,507 e 6,757,682.

Quest'ultimo è intitolato "Sistema per avvertire gli utenti su oggetti di interesse" e riguarda la gestione delle pagine di ecommerce e in particolare un sistema di notifica sui contenuti navigati: ad esso sarebbero inoltre collegati altri due brevetti relativi all'introduzione di contenuti audio e video a determinati avvisi.
Il primo riguarda invece una tecnologia per l'utilizzo del browser per la ricerca di dati audiovisivi e l'indicizzazione di nuove fonti, e coinvolgerebbe tutti tranne Facebook: sembra riguardare varie applicazioni, dagli aggregatori di notizie agli aggiornamenti in tempo reale.

Queste tecnologie sono tutte state sviluppate da Interval Research, azienda di ricerca fondata da Allen nel 1992 e che ha chiuso i battenti nel 2000, e i cui brevetti sono poi stati trasferiti a Interval Licensing. Google, dal momento che ha collaborato nel 1998 con Interval Research, avrebbe una particolare responsabilità.

Google e Facebook hanno subito definito l'accusa "misera" e "senza merito": in ballo, dice in particolare Mountain View, la filosofia del fare business contro quella di competere solo in tribunale.

Il fatto che si tratti di titoli concessi da più di dieci anni, e che di per sé la novità rivendicata sembra scontata, spinge alcuni osservatori a criticare alla base la "non ovvietà" dei meccanismi brevettati, ed è prevedibile che questa sarà anche una delle armi adottate dalla difesa durante il processo.

Per altri, invece, il tutto sarebbe da ricollegare con l'eredità monetaria e morale di Allen: la malattia spingerebbe il cofondatore di Microsoft a trovare un modo per allargare le possibilità delle fondazioni di beneficenza da lui fondante anche dopo la sua morte, e di collegare al suo nome le tecnologie utilizzate dalle più grandi aziende ICT.

Claudio Tamburrino

venerdì 27 agosto 2010

The Web Is Dead. Long Live the Internet

Two decades after its birth, the World Wide Web is in decline, as simpler, sleeker services — think apps — are less about the searching and more about the getting. Chris Anderson explains how this new paradigm reflects the inevitable course of capitalism. And Michael Wolff explains why the new breed of media titan is forsaking the Web for more promising (and profitable) pastures.

Wired

Lo diceva anche Sordi: rossi o neri, so' tutti uguali di Curzio Maltese, Il Venerdì di Repubblica, p. 10

Perché gli italiani si scandalizzano meno degli altri popoli? Le ragioni sono lontane e complesse, affondano le radici in una lunga storia servile. Ma ve ne sono di più recenti, che riguardano il ruolo dell'informazione.
Ha vinto in questi anni un modello populistico anche fra i media. Un esempio concreto, la storia delle auto blu.
Le auto blu sono fonte di enorme scandalo nel Paese dell'eterna tangentopoli. Forse perché gli italiani sono prima automobilisti che cittadini. In ogni caso l'eccesso di scorte indigna assai più dei 50-60 miliardi della tassa della corruzione calcolata dalla Corte dei Conti. Se scrivi che i! 90 per cento delle scuole in molte città non sono a norma di sicurezza, ti arriva qualche e-mai! preoccupata.
Se scrivi la solita tirata contro le auto blu diventi un idolo della rete. Sfruttando questo mora1ismo da casello a casello, i venditori di populismo hanno messo in giro nel tempo una serie di leggende metropolitane sul numero di auto blu circolanti in Italia.
Leggende fortunate quanto grottesche. Per anni si è Sostenuto che fossero mezzo milione. Poi, grazie a un'oscura associazione con sede a Sorrento, si è arrivati al conteggio «scientifico»: 624.330 auto blu.
Quando si leggono certe fesserie basterebbe ragionare e capire che si tratta di uno scherzo. Ma la notizia era troppo bella per essere verificata, quindi è stata pubblicata da Libero a Repubblica, dal Giornale al Corriere.
Poi i! solito Grillo è andato ad Annozero a denunciare le «settecento mila auto blu». Bingo. A quel punto ho chiesto a un amico esperto quanti autisti e quanta spesa sono necessari per mantenere 700 mila auto blu. La risposta è stata: 500 mila autisti (la Fiat ha 221 mila dipendenti, per dire) e 30 miliardi di costo annuo (tre finanziarie). Nel frattempo il ministro Brunetta, un altro che ha capito come il luogo comune paghi sempre, ha avviato un censimento. Dal risultato deludente: le auto blu vere sono «solo» 90 mila, compresa la Panda del Comune di Osio Sotto, gli autisti 60 mila e la spesa annua 4 miliardi. A quel punto il cittadino alza le spalle: tutto qui? Brunetta fa la sua bella figura, gli italiani tornano alla rassegnazione di sempre. Per la stampa di regime, come per la presunta controinformazione, il maneggio del cognato di Fini su una casetta a Montecarlo è uguale ai 60 milioni di Denis Verdini, l'affitto a equo canone di D'Alema pareggia la condanna per mafia di Dell'Utri.
Come diceva Alberto Sordi: «Rossi o neri, so' tutti uguali».

martedì 4 maggio 2010

Posta Certificata Parte 4 (Pazienza!)

Il 29 ho registrato i miei dati ... e da allora sono in attesa di un cenno da parte del meraviglioso portale.

CHE SERVIZIO, CHE EFFICIENZA, CHE ATTENZIONE AL "CLIENTE" (debbo adeguarmi alle loro parole .. non sono cittadino ma cliente anche di fronte all'amministrazione pubblica)

 
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Questo blog non è un essemmesse!