mercoledì 11 gennaio 2012

Icann lancia la nuova internet Domini aperti e multi-codice

Questa notizia, ovviamente, non è per lo "Stay hungry, stay foolish" people che crede che il web sia stato costruito dai maghetti ... e dal commercio. Non a caso, su Repubblica è firmato da Giulia Belardelli piuttosto che dal Jobs de' noantri il mitico Riccardo Luna (dal Romanista al Web!)...

Dopo anni di gestazione, l'organismo nato per garantire la stabilità e lo sviluppo della Rete dà il via libera alla più grande apertura di domini di 1º livello. Si accetteranno anche nomi in alfabeto cinese e arabo: tramonta così l'egemonia a stelle e strisce sul Web di GIULIA BELARDELLI

CI VORRA' del tempo prima di comprenderne gli effetti, ma internet sta per intraprendere uno dei cambiamenti più significativi della sua storia. Ce ne accorgeremo quando vedremo indirizzi Web terminare con caratteri a noi sconosciuti, ma pane quotidiano per popolazioni che, giorno dopo giorno, fanno un uso sempre maggiore della Rete. Dal 12 gennaio, infatti, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l'organizzazione non profit nata con il compito di assicurare la sicurezza, lo sviluppo e la stabilità di internet, inizierà ad accettare le richieste per una nuova classe potenzialmente infinita di nomi di dominio di primo livello (i cosiddetti TLD, "top-level domain"). Potranno nascere, dunque, suffissi Web di ogni tipo a patto che si sia disposti a pagare 145.000 euro e si riesca a superare la fitta rete di controlli ideata da Icann per scongiurare il rischio di frodi e "occupazioni" virtuali.

Sullo sfondo di questo piano - il cui iter va avanti da ben sei anni - c'è il malumore di diverse aziende e organismi internazionali. Non solo: a storcere il naso è soprattutto il Congresso americano, il quale non vede di buon occhio l'internazionalizzazione che è alla base del nuovo sistema. Una delle novità più grandi, infatti, mette in crisi l'egemonia occidentale (e statunitense in particolare) anche dal punto di vista linguistico, ammettendo la possibilità di nomi composti da caratteri non latini. Chi l'ha detto, d'altronde, che gli alfabeti cinese, cirillico e arabo non debbano avere diritto di cittadinanza a fine URL? Ecco dunque nel dettaglio in cosa consiste il nuovo piano e quali conseguenze potrebbe avere sul volto sempre più multietnico di internet.

A ognuno il suo dominio. Ad oggi nel cyberspazio esistono solo sedici possibili indirizzi alla destra del punto (come .com e .net) che non si riferiscono a Paesi o territori (come .uk o il nostro .it). Negli ultimi anni Icann ha lavorato per aggiungere a questa categoria nuovi domini, cercando allo stesso tempo di proteggere i marchi e i consumatori. Da giovedì prossimo e fino al 12 aprile, aziende, governi e comunità di tutto il mondo potranno presentare domanda per introdurre e gestire un nome di dominio a propria scelta. Poi toccherà alla stessa Icann, in collaborazione con l'Interpol, il compito di verificare l'attendibilità dei singoli applicanti e scovare eventuali richieste indebite. Al momento è impossibile prevedere il numero delle domande che verranno archiviate nel corso di questi tre mesi: alcuni parlano di centinaia, altri di migliaia.

Internet che cambia. Il CEO di Icann, Rod Beckstrom, ha confermato il calcio d'inizio durante una conferenza stampa che si è tenuta a Washington DC, nel centro nevralgico dove lobbisti di ogni bandiera hanno passato gli ultimi mesi a cercare di fargli cambiare idea. "Questa settimana si apre una nuova era per il sistema dei nomi di dominio, una pietra miliare nella storia di internet", ha detto Beckstrom. "Internet, come sappiamo, è stato sviluppato inizialmente negli Stati Uniti. Era americano al 100%, ora sta diventando 100% globale. Il nuovo piano facilita questa transizione, che è un bene per il mondo e per l'umanità".

Non solo alfabeto latino. Il ragionamento di Icann, organizzazione composta da una galassia di soggetti diversi, è che ormai nel mondo metà degli utenti di internet - circa un miliardo - si trova in Asia. Di questi, quasi 500 milioni sono in Cina. "È un paradosso che oggi su internet non ci sia un singolo dominio generico di primo livello scritto in caratteri cinesi o arabi", ha detto Beckstrom. "Grazie al nuovo programma, per la prima volta organizzazioni di Pechino, di Nuova Delhi o del Qatar potranno fare domanda per nomi di dominio nei propri alfabeti. Gli utenti di queste aree geografiche vogliono l'accesso a queste risorse, si rendono conto che è un loro diritto e non è giusto aspettare oltre".

Le critiche. L'aspetto multiculturale, però, non è bastato a convincere il Congresso americano e le tante aziende e organizzazioni che si sono schierate contro il piano. Un primo problema riguarda la proprietà intellettuale e la protezione dei marchi di fabbrica. Il fenomeno incriminato, noto come cybersquatting, si verifica ogni qualvolta un soggetto si impossessa indebitamente del nome di dominio di un marchio altrui a scopi criminali e/o di lucro. Uno dei rischi, dunque, è che le aziende inizino a investire in maniera difensiva per proteggere i loro brand comprando suffissi Web che non avrebbero mai avuto intenzione di utilizzare - un po' come sta accadendo con il famigerato dominio porno .xxx, per ora andato a ruba più tra le università e le aziende in forma preventiva che tra le varie anime del porno. Preoccupazioni a riguardo sono state espresse anche dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) che insieme hanno scritto una lettera all'Icann chiedendole di preservare indirizzi come .un o .imf.

Il braccio di ferro con il Congresso Usa. Né sono apparse più morbide le posizioni del Parlamento americano, che con il senatore democratico Jay Rockefeller ha chiesto a Icann di "limitare drasticamente" il numero dei nuovi domini, mentre il presidente della Federal Trade Commission, Joe Leibowitz, è arrivato a definire il provvedimento come un "potenziale disastro" e una "porta d'accesso alle frodi online". Secondo il Wall Street Journal, il braccio di ferro rende l'idea di come il peso del Web sia cambiato nel corso dell'ultimo decennio. L'organizzazione, infatti, fu fondata nel 1998 per sollevare il governo statunitense dalla responsabilità di accollarsi da solo "la stabilità operativa del Web". Da allora i suoi processi decisionali sono sempre avvenuti in modo forse caotico, ma di fatto pluralista: tra i gruppi d'interesse che gli orbitano attorno ci sono governi, ma anche aziende, enti di registrazione, aziende, esperti di sicurezza e altre non profit, in un multiverso così vasto da rendere impossibile la dominanza di un soggetto sull'altro.

Il nuovo volto di internet. Da tempo, quindi, Washington ha perso quel ruolo di leadership che a volte ancora vorrebbe avere. "Icann è un'organizzazione internazionale", ha ricordato il CEO. "Ha sede in America ma rappresenta interessi globali. C'è una tensione con chi vorrebbe che fosse un organismo statunitense, ma non lo è". In tutto ciò la sicurezza resta un tema cruciale (per capirlo basta dare un'occhiata alla Applicant Guidebook http://newgtlds.icann.org/en/applicants/agb 1), su cui però è necessario "lavorare tutti insieme, e quindi anche con Paesi come la Siria, la Corea del Nord, l'Iran". Difficile fare previsioni su come sarà internet tra 5-10 anni. "Di certo - ha azzardato Beckstrom - somiglierà meno a un singolo Paese e più al mondo così com'è. Sarà più ubiquo, ci saranno più nomi, dispositivi, diversità. Ci sarà spazio per lingue diverse, meno latino e più cinese, arabo, cirillico. Qualcuno si potrà chiedere perché stiamo facendo questo. La domanda è un'altra: come avremmo potuto aspettare ancora?".


(11 gennaio 2012)

domenica 8 gennaio 2012

RAMNIT

Secondo lo stile dell'epoca un virus scoperto nell'aprile 2010 diviene improvvisamente il bau bau per cui tutti i mezzi di "informazione" lanciano vibrate e sentiti allarmi come se la cosa si fosse scatenata virulentemente da poche ore!!

Tutti a lanciare e rilanciare disperati appelli.

Questa è la fonte cui tutti gli "al lupo al lupo" hanno attinto.

mercoledì 21 dicembre 2011

“La vera scommessa è il New Deal digitale” di Riccardo LUNA

Ai ridicoli articoli "jobsiani" (Stay hungry, stay foolish but mainly PAY for my apps) di Riccardo Luna su Repubblica (giornale che ha scelto, per quanto concerne il web lo spettacolo rispetto alla competenza) sulla banda larga si oppone la realtà: l'italia è 22° in Europa per l'accesso al Web.
Basterà leggere il Rapporto ISTAT su Cittadini e nuove tecnologie. Oppure leggere quello analogo del Censis di alcuni mesi or sono.
Al buon Luna manca solo il maglione nero .... (e quella barca di soldi che rendevano Jobs il santone più ricco della storia)

“La vera scommessa è il New Deal digitale” di RICCARDO LUNA da La Repubblica del 17 dicembre 2011

Scommettere tutto su Internet, oggi, in Italia, non è più un fatto ideologico. È un fatto economico. Conviene a tutti. L´economia digitale è capace di creare nuova occupazione. Ed è una capacità dimostrata da decine di studi. L´effetto della diffusione della banda larga sulla crescita del prodotto interno lordo non è solo una formula matematica. C´è di più oggi, in Italia. Come Paese siamo davanti a un´occasione storica: l´azzeramento del cosiddetto divario digitale è ormai a un passo. E questo vuol dire tante cose, ma soprattutto una: poter fissare il conto alla rovescia per portare tutta la pubblica amministrazione in rete e soltanto in rete. E quindi abolire la carta nelle operazioni con lo Stato e gli enti locali. Cancellare per sempre le file. Superare opacità e inefficienze. È un sogno lontano, presente in documenti e atti ufficiali di tutti i governi di ogni colore da una quindicina di anni. Ora si può realizzare.
Manca infatti davvero poco dall´obiettivo minimo di garantire a ciascun cittadino un accesso decente alla rete. Non parliamo qui degli ambiziosi target fissati dall´Agenda digitale europea che prevede che tutti abbiano un accesso a Internet con una connessione minima di 30 megabit entro il 2015 (per dare un´idea: oggi in Italia siamo a 3 megabit in media. Manca un´eternità). Per arrivare fino a lassù non basta la banda larga in rame: serve una banda ultralarga, garantita solo dalla fibra ottica o dall´Internet mobile di nuova generazione (Lte). E servono investimenti dell´ordine delle decine di miliardi di euro per i quali si sta attrezzando una grande alleanza che vede assieme quasi tutte le compagnie telefoniche, la Cassa depositi e prestiti del ministero dell´Economia, più un grande fondo privato dedicato alle infrastrutture (F2y). Quell´alleanza ha la bandiera di Metroweb, si sta ancora consolidando e se tutto andrà bene vedremo i suoi benefici effetti, soprattutto sulle grandi città e i distretti industriali destinatari della banda ultralarga, nella seconda metà di questo decennio.
L´obiettivo che abbiamo davanti oggi è molto più semplice e molto più vicino. Dare a tutti un accesso alla rete a uno o due megabit: non sono tanti ma sufficienti per navigare, usare la mail e persino gestire un sito. Farlo vuol dire unire la nuova Italia nel segno di Internet: il Nord, che è già molto connesso (con Lombardia e Trentino a guidare la classifica), e il Sud che invece in certe aree arranca (soprattutto Molise e Basilicata). Le città alla campagna. I nativi digitali e i loro nonni. Passare insomma dal digital divide al digital united.
Perché è così importante? Perché soltanto quando tutti gli italiani, nessuno escluso, avranno la possibilità di collegarsi alla Rete, lo Stato potrà fare la scelta di diventare “solo digitale”. Il cosiddetto switch over (simile come concetto a quello avvenuto con il digitale terrestre della tv, ma molto più ambizioso) dovrà avvenire dopo una transizione, naturalmente, ma il giorno che questa sarà terminata, saremo davanti alla più grande rivoluzione sociale che il Paese ha vissuto dai tempi della unificazione. E i risparmi sarebbero enormi.
L´ultimo calcolo di una digitalizzazione di Sanità, Istruzione e Giustizia, firmato da Confindustria, risale a un paio di anni fa ed è quindi necessario aggiornare quei numeri: ma come ordine di grandezza parliamo di valori pari a una manovra come quella appena approvata dal governo. Di qualche giorno fa invece è uno studio di fattibilità dell´economista Francesco Sacco e del tecnologo Stefano Quintarelli per la cosiddetta digitalizzazione delle fatture: in questo caso si calcolano risparmi fino a due miliardi l´anno per lo Stato e fino a 60 miliardi per le imprese. Lo studio è già sul tavolo del governo.
E fin qui parliamo solo di risparmi, senza considerare l´impatto della banda sulla nuova occupazione, sulla crescita economica e, non meno importante, sulla crescita culturale del Paese che da fanalino di coda mondiale dell´economia digitale potrebbe condividere la leadership con i Paesi più avanzati.
Quanto costa fare questo passo? Pochissimo. Partiamo da quanta Italia è ancora “digital divisa”. Secondo le stime più attendibili, prodotte dall´Osservatorio banda larga, il 6 per cento della popolazione è al buio (a questi va aggiunto un 40 per cento che non ha richiesto un accesso alla Rete pur vivendo in una zona coperta, ma si tratta evidentemente di un problema culturale). L´obiettivo è quindi mettere in Rete tre milioni e mezzo di italiani che vivono soprattutto in zone rurali o isolate ma non solo. Farlo, sempre secondo l´Osservatorio banda larga, costa meno di 600 milioni di euro. Una somma alla nostra portata anche in tempi difficili come questo. Qualche giorno fa per far ripartire opere pubbliche e infrastrutture, il ministro Passera ha sbloccato 12,5 miliardi di fondi fermi al Comitato interministeriale programmazione economica (Cipe). La banda larga non c´era. Eppure al Cipe ai tempi del governo Berlusconi, si erano volatilizzati 800 milioni a essa destinati. E soprattutto, l´asta per le frequenze per Internet in mobilità (Lte) qualche mese fa ha generato un surplus di più di un miliardo di euro che si era stabilito che sarebbe stato reinvestito nel settore prima che il ministro Tremonti lo usasse per tappare i buchi.
Il governo ha quindi davanti una occasione imperdibile: come il New Deal di Franklin Delano Roosevelt poggiò la ripresa degli Stati Uniti sulla costruzione di strade e ponti, il New Deal di Mario Monti può scommettere sulle autostrade dell´informazione e sui ponti della conoscenza fra i cittadini italiani e il mondo. Il punto non è se ci possiamo permettere di farlo: è che probabilmente non ci possiamo permettere di non farlo.

mercoledì 13 luglio 2011

Rapporto Censis/Ucsi su "I media personali nell'era digitale"

Il rapporto è stato presentato questa mattina.
la presentazione è stata affidata Giuseppe De Rita - Presidente Censis

Ha presentato il Rapporto:
Giuseppe Roma - Direttore Generale Censis

Ne hanno discutosso:
Andrea Melodia - Presidente Ucsi
Cesare San Mauro - Presidente Advisory Committee 3 Italia
Maurizio Costa - Amministratore Delegato Mondadori
Paolo Garimberti - Presidente Rai

Del rapporto hanno parlato già stamane vari quotidiani (cito per tutti la Repubblica e hanno presentato cifre, analisi e considerazioni.
Ma su queste tornerò in altro momento.
Quello che mi ha colpito è la totale disinformazione sull'essenza stessa del web 2.0 che trasudava dalle parole degli intervenuti che non fosse un generico riferimento, da parte di Maurizio Costa, ad e-book e applicazioni varie per tablet, iQualcosa di tutti i tipi.
Dal rimpianto di Garimberti per il giornalismo ruvido, sul campo (ma perchè il web lo nega?) alle varie considerazioni su quantio desiderano il web libero e gratuito visto come antitesi allo sviluppo "di qualità" del web stesso.
Ritornava l'ombra del sopravvalutatissimo Fabio Metitieri autore de "Il grande inganno del Web 2.0" libro nel quale si invoca il ritorno del "vero giornalista" di fronte ai divi del web. Analisi superficiale, corporativa e comunque del tutto errata.

La sensazione è che nessuno del lotto dei partecipanti avesse conoscenza, se non letteraria e magari da "Facebook" del web 2.0. Facebook non è il male assoluto, non è solo tema per un film, non è una barzelletta ma soprattuto non esaurisce il web 2.0.
Qualcuno lo spieghi al consesso di esperti di carta stampata che discettava di web ....

Ritornerò sul tema.

domenica 6 febbraio 2011

Attacco hacker al sito del governo



Attacco hacker al sito del governo
La Polizia: "Nessun furto di dati"


Alle ore 23.00 ancora persiste l'indisponibilità del sito !!!

sabato 29 gennaio 2011

How big is InterNet ?

martedì 18 gennaio 2011

Scrivi alla redazione di Governo.it


Ho provato a scrivere alla Presidenza del Consiglio compilando il form presente nella pagina http://www.governo.it/scrivia/RedWeb_Form.htm.

Ho provato sia da Explorer sia da Firefox. Ho provato da due postazioni diverse. (reti diverse, quindi, IP diversi)
Risultato sempre identico.
Ma il form è vero (???) o solo uno specchietto per far "vedere" interesse mentre, in realtà, nulla funziona.

 
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