giovedì 26 gennaio 2017

Come creare una password imbattibile

Come creare una password imbattibile

di Ana Swanson - The Washington Post

E al tempo stesso facile da ricordare: il modo migliore è inventarsi una poesia in rima usando parole a caso

(tratto da http://www.ilpost.it/2015/10/28/come-creare-password-sicura-versi-poesia/ )


La prima cosa che capisci quando crei una buona password è di avere una memoria piuttosto tremenda. La seconda cosa che di solito impari è che non te la cavi un granché quando devi fare “cose a caso”. La vera casualità è difficile da prevedere, gli esseri umani invece non lo sono. Anche se non siete tra i milioni di persone che usano password del tipo “12345678” o “password”, potreste comunque essere tra quelli che fanno errori da dilettanti. Per esempio utilizzate un modo di dire come password, ma rimpiazzando le “i” con gli “1”, o la “a” con “@“ e così via. Oppure usate parole molto comuni, aggiungendo alla loro fine lettere e numeri. O ancora riutilizzate la stessa password per siti diversi, senza cambiarla a sufficienza. In breve: qualsiasi soluzione di base che permetta a un essere umano di ricordarsi effettivamente una password.
Va bene, direte ora, ma allora come si supera questa cosa? Qualsiasi password ragionevolmente sicura sarà anche impossibile da ricordare. E qualsiasi password che potrai ricordare sarà probabilmente terribile. È la legge delle password, no?
Come scrive Alexandra Petri del Washington Post: “La password sicura e perfetta da ricordare è come un unicorno: nessuno l’ha mai trovata, e alcuni dubitano addirittura che esista”. Ma due ricercatori della University of Southern California potrebbero avere trovato infine la soluzione perfetta. Marjan Ghazvininejad e Kevin Knight hanno pubblicato uno studio con una nuova soluzione per creare password che siano estremamente difficili da scoprire e al tempo stesso relativamente facili da ricordare: poesie create a caso.

L’ispirazione per la ricerca è derivata da una striscia – realizzata da Randall Munroe di Xkcd – in cui viene dimostrato come una password fatta da quattro parole a caso – come “corretto cavallo batteria graffetta” – sia molto più sicura e più facile da ricordare rispetto alla classica accozzaglia di lettere, numeri e simboli a caso raccomandata dalla maggior parte degli esperti in sicurezza informatica.
Anche se scegli una parola poco comune – come “menestrello” – e cambi alcune lettere con altri simboli, a un computer bastano comunque pochi secondi o nella peggiore delle ipotesi qualche ora per indovinare la password. Ma una combinazione di quattro parole totalmente a caso è difficile per un hacker e al tempo stesso è facile da ricordare: si possono creare piccole storie strambe su un cavallo che riconosce correttamente una batteria e una graffetta per fare in modo di non scordarsi più quei termini, a differenza di usare il nome della moglie di un amico o la data di un anniversario.
Il segreto sta nel fatto che quelle quattro parole sono create sulla base di un numero casuale molto grande, che viene poi spezzato in segmenti, ognuno dei quali corrisponde a una parola nel dizionario: in pratica è come se fosse una forma di crittografia. Per indovinare l’intero numero casuale, un computer dovrebbe testare miliardi e miliardi e miliardi di possibili combinazioni prima di trovare quella giusta, dice il ricercatore Kevin Knight.
Ghazvininejad e Knight non si sono però fermati al suggerimento di Munroe delle quattro parole: sono andati oltre e hanno elaborato un sistema basato su brevi poesie. Sono arrivati a questa conclusione dopo avere analizzato diversi altri metodi, come quello basato sulla creazione di frasi casuali. Usare brevi poesie con parole a caso che fanno rima è il modo migliore per ricordarsi una password.
Come spiegano gli stessi ricercatori, gli esseri umani hanno usato la poesia come metodo per ricordare le cose per migliaia di anni. Non è un caso che i lunghi poemi epici, come l’Odissea con i sui 12mila versi, o le Canterbury Tales con 17mila, fossero state composte in metrica. Molte persone al giorno d’oggi non sanno recitare a memoria le Canterbury Tales, ma hanno comunque alcuni motivetti scolpiti nei loro ricordi, come “trenta giorni ha novembre…”.
Ghazvininejad e Knight hanno realizzato le loro poesie dopo avere associato un codice a ogni parola contenuta in un dizionario di 327.868 parole. Poi hanno usato un software per creare un numero casuale molto lungo, per poi spezzarlo in segmenti e per tradurre quei pezzi in due versi brevi. Il programma che hanno utilizzato si assicura che i versi finiscano in rima, e che l’intera frase sia in tetrametri giambici, così:
Receiver Mathew Halloween
deliver cousin magazine
[Il ricevitore Mathe Halloween
consegna una rivista del cugino]
Queste password possono sembrare un poco strane, ma sono in effetti molto sicure: alle attuali velocità di calcolo, richiederebbero a un computer molti decenni prima di riuscire a identificarle. E sono molto più facili da ricordare rispetto a qualsiasi altro insieme di caratteri che potrebbero essere altrettanto sicuri.
Se ne leggete troppe, vi tireranno un po’ scemi, ma alcune sono divertenti.
The reigning Hagen journeyman
believers mini minivan
[L’operaio in carica Hagen
credenti nei mini minivan]
And teaches scripture bungalow
or celebrate or Idaho
[E insegna le scritture bungalow
o le officia o Idaho]
Altre sono strane ed evocative, suggeriscono storie pazze che attendono solo di diventare memorabili:
And British fiction engineer
Travolta captured bombardier
[E l’ingegnere britannico di fantasia
Travolta catturò un bombardiere]
The latest Union Rodeo
amounts of aiding dynamo
[L’ultimo Union Rodeo
ammonta a una dinamo di aiuto]
Ghazvininejad e Knight hanno realizzato un generatore automatico di queste piccole poesie online, lo potete provare qui. Ricordate però che si tratta di un sito dimostrativo: gli hacker potrebbero scaricare tutte le password generate e provarle per violare gli account, quindi non usatele così come sono. Se volete una poesia personalizzata, potete inserire qui il vostro indirizzo email e il sistema ve ne invierà una sicura, che sarà poi cancellata dal server da cui è stata mandata.
Sfortunatamente molti siti ancora oggi limitano il numero di caratteri che possono essere usate per una password, quindi molte di queste poesie sono probabilmente troppo lunghe. Ma forse un giorno potrete usarle: un numero crescente di siti sta valutando di abbandonare la politica del limite di caratteri, perché le password più brevi sono comunque molto meno sicure.
©2015 The Washington Post

sabato 9 aprile 2016

Perché gli informatici non fanno carriera?

Pubblicato da Walter Vannini 5 anni or sono
da  | Feb 28, 2011 | 65 commenti

Se cominci a lavorare nel settore commerciale puoi partire come account o addetto marketing, diventare Area Manager e  in qualche anno essere Direttore Marketing o Vendite; con un pizzico di fortuna puoi finireAmministratore Delegato.
Se cominci nel settore amministrativo puoi cominciare come assistente, diventare Auditor interno e in qualche anno essere Direttore Amministrativo o Acquisti o del Personale; con un pizzico di fortuna puoi finire Amministratore Delegato.
Se cominci nel settore informatico, puoi cominciare come programmatore/sistemista junior, diventare programmatore/sistemista senior e in qualche anno dipenderai dal Personale, dall’Amministrazione, dal Marketing, dalle Vendite, dagli Acquisti o da tutti loro; non diventerai mai un dirigente, e con un pizzico di fortuna non tiesternalizzeranno.
Perché?
La spiegazione  più in voga fra gli informatici è che questo mondo di incompetenti non capisce il valore degli informatici.
La spiegazione più in voga fra i non-informatici è che gli informatici sono adolescenti compulsivo-ossessivi con un ego inflazionato e problemi relazionali e hanno esattamente quello che meritano. (ndr ma non è spesso così? Il problema spesso è proprio nella scarsa capacità di alcuni colleghi di collaborare con il proprio ufficio!)
Il risultato netto, comunque, è che tutti perdono: gli informatici non fanno carriera e le aziende sprecano capitali e potenziale umano enormi.
Diciamo una cosa antipatica: in azienda come sul mercato, le professionalità informatiche sono valutate il minimo indispensabile, esattamente come tutte le altre. La differenza è che per le altre professionalità è chiaro il valoreprodotto per l’azienda. E lo è perché si tratta di professionalità consolidate, socialmente ed aziendalmente assimilate. Non ci sono dubbi sul perché Amministrazione, Produzione, Marketing, Acquisti, Vendite, Personale siano ruoli chiave, sul perché l’azienda debba garantirgli le risorse: è grazie a loro che i soldi arrivano, vengono gestiti bene, spesi in modo oculato. L’azienda lo capisce, chi opera in quei ruoli pure e sa far valere le proprie ragioni.
E l’informatica? Dal punto di vista dell’azienda non è un ruolo chiave, è un costo e un rischio.
Ora, a chi toccherebbe promuovere l’importanza aziendale dell’informatica? Agli informatici, è ovvio. Ma gli informatici non lo fanno. Come dico sempre, tutte le funzioni lavorano per gli obiettivi dell’azienda, l’informatica lavora per i propri, e solo lei sa quali sono. (Chi è scettico può chiedere al proprio Amministratore Delegato quanto è disposto a pagare per far passare l’availability dal 99.741% al 99.982%; alla richiesta di parlare in italiano, potete dire “un’ora e mezza in meno al mese di guasti informatici “).
E quando si tratta di rendiconti? Allora tutte le funzioni si fanno in quattro per dimostrare che hanno saputo usare bene le proprie risorse per portare vantaggio all’azienda; l’informatica no: nel migliore dei casi l’informatica dimostra di avere impiegato le sue risorse (sempre inferiori alle richieste, fa notare) per “risolvere” problemi che nessuno capisce, e che comunque si ripresentano periodicamente.
E ci stupiamo che in azienda l’informatica venga vista come il fumo negli occhi?
Cominciamo riconoscendo alcune ovvietà dolorose:
  1. gli informatici sono inconsapevoli della loro importanza per l’azienda (non vedono al di là del lato “tecnico”)
  2. l’azienda è inconsapevole del perché gli informatici sono importanti (“sono un male necessario”)
  3. gli informatici non fanno nulla per valorizzare la propria posizione.
Il punto 3 è quello cruciale: gli informatici, che continuano a credere di essere in azienda per occuparsi di computer, continuano a vedere gli alberi senza vedere la foresta. Riuscite a immaginare un direttore Marketing che dica che il suo compito è “curare le campagne di marketing”? Un direttore amminsitrativo che dica “io sono qui per curare il bilancio”?
No, vero? Infatti nemmeno l’ultimo degli stagisti ometterebbe di mettere le sue attività pratiche nella prospettiva di un vantaggio per l’azienda (“garantisco che i membri del CdA abbiano informazioni puntuali, complete e aggiornate. Sì, cioè, faccio le fotocopie, ma quello è un dettaglio tecnico.”).
Solo gli informatici non vedono oltre la tastiera. E il resto dell’azienda li valuta di conseguenza: gli informatici sono dei tecnici, come i caldaisti, gli elettricisti, gli idraulici. Importanti, certo, ma privi di identità, intercambiabili, esternalizzabili. Non ti aiutano a fare meglio il tuo lavoro, (perché non sanno nemmeno quale sia, il tuo lavoro): si occupano che le macchine funzionino, così puoi lavorare in pace. L’azienda è una squadra, gli informatici sonopersonale di servizio.
E come reagiscono gli informatici? Avvalorando, con comportamenti e pensieri, questo stato di cose. È stupefacente vedere come la descrizione che un informatico fa della propria posizione aziendale sia pervasa da credenze irrazionali che costituiscono una zavorra insuperabile a qualsiasi evoluzione.

martedì 9 febbraio 2016

Göran Marby, un europeo per traghettare l'Icann fuori dagli Usa

http://www.corrierecomunicazioni.it/digital/39499_goran-marby-un-europeo-alla-guida-di-icann.htm

Svedese, prenderà il posto di Fadi Chehade che lascia a metà marzo. A lui il delicato compito di guidare il trasferimento di poteri dell'organismo a una community internazionale multistakeholder. Il sottosegretario Giacomelli: "Ottima notizia"


Sarà un europeo, Göran Marby, direttore generale dell'authority svedese per le Poste e Tlc il nuovo prossimo presidente e Ceo dell'Icann (Internet Corporation for Assigned Names e Numbers), l'organizzazione non profit Usa che si occupa dell’assegnazione degli identificatori unici di Internet (tra cui i nomi a dominio), e della sicurezza, stabilità e interoperabilità globale della Rete.
Marby prenderà il posto Fadi Chehade il cui mandato termina il 15 marzo. Assumerà l'incarico di ceo e presidente a maggio: fino al suo insediamento farà le funzioni di Ceo Akram Atallah, presidente della divisione Global Domains di Icann.
La nomina di un europeo apre al trasferimento dell'ICANN dal ministero statunitense del Commercio a un modello indipendente e internazionale: un progetto che nonostante i rinvii dovrebbe andare in porto nel 2017.
“La notizia di un europeo al vertice di Icann è un’ottima notizia - commenta il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli -. Complimenti e auguri di buon lavoro a Göran Marby che spero proseguirà nel solco tracciato dal suo predecessore, Fadi Chehadè, con cui la collaborazione è stata costante e proficua. Abbiamo sempre sostenuto che Icann avesse necessità di una nuova accountability e che l’Europa dovesse giocare un ruolo da protagonista nel processo di definizione della nuova governance di Internet: il dialogo con gli Stati Uniti su questi temi è fondamentale".
Oltre che dirigente dell'authority svedese Marby è stato amministratore delegato di aziende Ict e fondatore di startup. E' stato co-fondatore di AppGate Network Security, società di software di sicurezza, ad di Cygate, società di servizi di rete e Country Manager di Cisco in Svezia oltre che ceo di Unisource Business Networks in Svezia.
La nomina di Marby arriva ad un punto cruciale della storia di Icann: nel settembre 2017, con un anno di ritardo rispetto a quanto programmato, lo IANA (Internet Assigned Numbers Authority, l'istituto che regola l'assegnazione degli indirizzi del World Wide Web), passerà sotto il controllo di una community internazionale multistakeholder. Il passaggio dovrebbe essere stigmatizzato nel corso di una riunione all'inizio di marzo in Marocco.

martedì 20 maggio 2014

Informatica? Però interessante assai ...

BENI CULTURALI, LABORATORIO PER GLI APPALTI PILOTATI
di Antonio Forcellino, Il Manifesto, 20.05.2014


Secondo le ricostruzioni fatti dagli inquirenti di Milano, la manipolazione criminosa degli appalti dell’Expo avviene «in primo luogo con il confezionamento ad hoc di bandi di gara e capitolati».
Non è una novità per noi: in una serie di articoli apparsi sul manifesto, nel lontano 2010, si attirava l'attenzione su questo meccanismo negli appalti dei beni culturali dove «si può essere più discrezionali nella scelta e arrivare a indire bandi 'cuciti addosso' a imprese amiche». La denuncia passò inosservata perché solo l'intervento della magistratura sembra avere il potere in Italia di imporre correzioni alle cattive abitudini della politica e dell'amministrazione e questo è davvero un peccato perché quando si rubano soldi e si danno in cambio prestazioni scadenti o attrezzature inadeguate si può sempre immaginare di risarcire in futuro la frode, e il danno si limita all'erario. Ma quando si aggiudica un appalto sbagliato nei beni culturali si ruba un pezzo di futuro alla nazione, dal momento che l'arte è un bene non riproducibile. E nessuno potrà risarcire le generazioni future dei danni fatti con l'abrasione di un paramento lapideo romano o di quelli arrecati a un rivestimento in stucco tirato via da un bugnato rinascimentale. Gli appalti nei beni culturali sono ad alto rischio di manipolazione per l'alone «creativo» che circonda l'arte e in conseguenza è molto facile in questo settore rivendicare la discrezione e la insondabilità dei criteri adottati nei bandi per favorire una impresa «amica», il nostro patrimonio è stato, in questi anni, il laboratorio dove esercitare e mettere a punto i più arditi sistemi di evasione della legittimità dei bandi, estendendo la «particolarità» dei requisiti anche alle gare di progettazione o di rilievo per favorire potenti lobbies di professionisti. Eppure, chi conosce il restauro sa bene che le gare con «offerta economicamente più vantaggiosa» sono un insulto all'intelligenza dei funzionari onesti e delle imprese sane, dal momento che il restauro ha metodologie e materiali rigorosamente standardizzati e si definisce nel suo compiersi, dopo avere iniziato l'intervento sul manufatto. In un contesto rigidamente definito dalla tradizione e dalla teoria del restauro, chiedere delle «migliorie» in sede di gara è un controsenso. Per smontare questo meccanismo, prima che arrivi la magistratura, basterebbe slegare l'attribuzione dei punteggi sulle offerte tecniche dal punteggio economico. L'ambigua «offerta tecnica» deve servire solo a selezionare per la singola gara un numero, congruo di imprese all'interno del quale si determina il vincitore con il meccanismo automatico dell'offerta media. In questo modo, il Ministero per i beni culturali otterrebbe due risultati importanti per la tutela e la moralità; eliminare la piaga dei massimi ribassi e togliere alla stazione appaltante la possibilità di determinare il vincitore dell'appalto attribuendo punteggi esorbitanti al favorito in maniera da metterlo al sicuro dalla rimonta degli altri concorrenti. Togliendo alla stazione appaltante la possibilità di determinare con il punteggio discrezionale il vincitore, anche i bandi di gara diventerebbero immediatamente più idonei ad assicurare la selezione del miglior contraente, un principio che è alla base della buona amministrazione e che viene troppo spesso sacrificato agli appetiti di gruppi economici e funzionari poco scrupolosi. La questione è semplice e brutale: bisogna impedire alla stazione appaltante di determinare il vincitore con l'attribuzione discrezionale del punteggio e salvaguardare nello stesso tempo la possibilità di selezionare concorrenti tecnicamente idonei. Finché i soprintendenti avranno il potere di determinare con le commissioni di gara il vincitore attribuendo discrezionalmente un punteggio che determina la vittoria di un concorrente saremo tutti a rischio di corruzione, inclusi i soprintendenti e i funzionari direttori dei lavori che si trovano poi sul cantiere e dover gestire imprese non sempre idonee o non necessariamente le più idonee. Nello stesso tempo, se davvero la natura del bene è tale da necessitare selezioni specialissime, si alzi la soglia dell'affidamento diretto del quale, però, è il soprintendente che si prende la responsabilità motivandolo di fronte alla comunità con ragioni ben fondate. Una amministrazione che non è in grado di affidare tali responsabilità neppure in casi eccezionali ai propri soprintendenti come può dormire sonni tranquilli? Ci si chiede da tempo perché un correttivo così semplice non sia stato attuato. Il ministro Franceschini ha oggi una grande opportunità, dopo le finte riforme abortite dai suoi predecessori: può cambiare senza aggravio di spesa un meccanismo molto dannoso alla gestione del patrimonio sia perché utilizza male le poche risorse disponibili sia perché mortifica la professionalità di quelle imprese che sono parte integrante del patrimonio italiano. Un tale provvedimento consegnerebbe ai funzionari e ai soprintendenti, strumenti più idonei a gestire il delicato lavoro materiale sul nostro patrimonio, che infine dovrebbe essere l'obiettivo prioritario di una sana amministrazione.


(la foto, ovviamente, si riferisce ad un restauro "qualsiasi" ...) 

giovedì 28 febbraio 2013

Stanchi di passare la vita sui social? Dateci un taglio…suicidatevi!

Stanchi di passare la vita sui social? Dateci un taglio…suicidatevi!- di Chiara Laterza - 

  La vita sui social vi rende nervosi, stressati, apatici, privi di entusiasmo nell’affrontare le sfide di ogni giorno? Dateci un taglio…suicidatevi! Ovviamente, resta ben inteso…solo sul web.

 21 febbraio 2013



La vita sui social vi rende nervosi, stressati, apatici, privi di entusiasmo nell’affrontare le sfide di ogni giorno? Dateci un taglio…suicidatevi! Ovviamente, resta ben inteso…solo sul web. Se ancora non ne siete a conoscenza, infatti, sappiate che esiste un sito internet, chiamato Suicide Machine che in meno di un’ora (52 minuti per l’esattezza) vi permette di cancellare ogni traccia di voi da social network come Facebook, Twitter, Linkedin, Google Plus e MySpace. 
(continua a leggere cliccando sul link in alto)

giovedì 21 febbraio 2013

Si o no?

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Il blog è off? No. Riprende ...

mercoledì 11 gennaio 2012

Icann lancia la nuova internet Domini aperti e multi-codice

Questa notizia, ovviamente, non è per lo "Stay hungry, stay foolish" people che crede che il web sia stato costruito dai maghetti ... e dal commercio. Non a caso, su Repubblica è firmato da Giulia Belardelli piuttosto che dal Jobs de' noantri il mitico Riccardo Luna (dal Romanista al Web!)...

Dopo anni di gestazione, l'organismo nato per garantire la stabilità e lo sviluppo della Rete dà il via libera alla più grande apertura di domini di 1º livello. Si accetteranno anche nomi in alfabeto cinese e arabo: tramonta così l'egemonia a stelle e strisce sul Web di GIULIA BELARDELLI

CI VORRA' del tempo prima di comprenderne gli effetti, ma internet sta per intraprendere uno dei cambiamenti più significativi della sua storia. Ce ne accorgeremo quando vedremo indirizzi Web terminare con caratteri a noi sconosciuti, ma pane quotidiano per popolazioni che, giorno dopo giorno, fanno un uso sempre maggiore della Rete. Dal 12 gennaio, infatti, la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l'organizzazione non profit nata con il compito di assicurare la sicurezza, lo sviluppo e la stabilità di internet, inizierà ad accettare le richieste per una nuova classe potenzialmente infinita di nomi di dominio di primo livello (i cosiddetti TLD, "top-level domain"). Potranno nascere, dunque, suffissi Web di ogni tipo a patto che si sia disposti a pagare 145.000 euro e si riesca a superare la fitta rete di controlli ideata da Icann per scongiurare il rischio di frodi e "occupazioni" virtuali.

Sullo sfondo di questo piano - il cui iter va avanti da ben sei anni - c'è il malumore di diverse aziende e organismi internazionali. Non solo: a storcere il naso è soprattutto il Congresso americano, il quale non vede di buon occhio l'internazionalizzazione che è alla base del nuovo sistema. Una delle novità più grandi, infatti, mette in crisi l'egemonia occidentale (e statunitense in particolare) anche dal punto di vista linguistico, ammettendo la possibilità di nomi composti da caratteri non latini. Chi l'ha detto, d'altronde, che gli alfabeti cinese, cirillico e arabo non debbano avere diritto di cittadinanza a fine URL? Ecco dunque nel dettaglio in cosa consiste il nuovo piano e quali conseguenze potrebbe avere sul volto sempre più multietnico di internet.

A ognuno il suo dominio. Ad oggi nel cyberspazio esistono solo sedici possibili indirizzi alla destra del punto (come .com e .net) che non si riferiscono a Paesi o territori (come .uk o il nostro .it). Negli ultimi anni Icann ha lavorato per aggiungere a questa categoria nuovi domini, cercando allo stesso tempo di proteggere i marchi e i consumatori. Da giovedì prossimo e fino al 12 aprile, aziende, governi e comunità di tutto il mondo potranno presentare domanda per introdurre e gestire un nome di dominio a propria scelta. Poi toccherà alla stessa Icann, in collaborazione con l'Interpol, il compito di verificare l'attendibilità dei singoli applicanti e scovare eventuali richieste indebite. Al momento è impossibile prevedere il numero delle domande che verranno archiviate nel corso di questi tre mesi: alcuni parlano di centinaia, altri di migliaia.

Internet che cambia. Il CEO di Icann, Rod Beckstrom, ha confermato il calcio d'inizio durante una conferenza stampa che si è tenuta a Washington DC, nel centro nevralgico dove lobbisti di ogni bandiera hanno passato gli ultimi mesi a cercare di fargli cambiare idea. "Questa settimana si apre una nuova era per il sistema dei nomi di dominio, una pietra miliare nella storia di internet", ha detto Beckstrom. "Internet, come sappiamo, è stato sviluppato inizialmente negli Stati Uniti. Era americano al 100%, ora sta diventando 100% globale. Il nuovo piano facilita questa transizione, che è un bene per il mondo e per l'umanità".

Non solo alfabeto latino. Il ragionamento di Icann, organizzazione composta da una galassia di soggetti diversi, è che ormai nel mondo metà degli utenti di internet - circa un miliardo - si trova in Asia. Di questi, quasi 500 milioni sono in Cina. "È un paradosso che oggi su internet non ci sia un singolo dominio generico di primo livello scritto in caratteri cinesi o arabi", ha detto Beckstrom. "Grazie al nuovo programma, per la prima volta organizzazioni di Pechino, di Nuova Delhi o del Qatar potranno fare domanda per nomi di dominio nei propri alfabeti. Gli utenti di queste aree geografiche vogliono l'accesso a queste risorse, si rendono conto che è un loro diritto e non è giusto aspettare oltre".

Le critiche. L'aspetto multiculturale, però, non è bastato a convincere il Congresso americano e le tante aziende e organizzazioni che si sono schierate contro il piano. Un primo problema riguarda la proprietà intellettuale e la protezione dei marchi di fabbrica. Il fenomeno incriminato, noto come cybersquatting, si verifica ogni qualvolta un soggetto si impossessa indebitamente del nome di dominio di un marchio altrui a scopi criminali e/o di lucro. Uno dei rischi, dunque, è che le aziende inizino a investire in maniera difensiva per proteggere i loro brand comprando suffissi Web che non avrebbero mai avuto intenzione di utilizzare - un po' come sta accadendo con il famigerato dominio porno .xxx, per ora andato a ruba più tra le università e le aziende in forma preventiva che tra le varie anime del porno. Preoccupazioni a riguardo sono state espresse anche dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) che insieme hanno scritto una lettera all'Icann chiedendole di preservare indirizzi come .un o .imf.

Il braccio di ferro con il Congresso Usa. Né sono apparse più morbide le posizioni del Parlamento americano, che con il senatore democratico Jay Rockefeller ha chiesto a Icann di "limitare drasticamente" il numero dei nuovi domini, mentre il presidente della Federal Trade Commission, Joe Leibowitz, è arrivato a definire il provvedimento come un "potenziale disastro" e una "porta d'accesso alle frodi online". Secondo il Wall Street Journal, il braccio di ferro rende l'idea di come il peso del Web sia cambiato nel corso dell'ultimo decennio. L'organizzazione, infatti, fu fondata nel 1998 per sollevare il governo statunitense dalla responsabilità di accollarsi da solo "la stabilità operativa del Web". Da allora i suoi processi decisionali sono sempre avvenuti in modo forse caotico, ma di fatto pluralista: tra i gruppi d'interesse che gli orbitano attorno ci sono governi, ma anche aziende, enti di registrazione, aziende, esperti di sicurezza e altre non profit, in un multiverso così vasto da rendere impossibile la dominanza di un soggetto sull'altro.

Il nuovo volto di internet. Da tempo, quindi, Washington ha perso quel ruolo di leadership che a volte ancora vorrebbe avere. "Icann è un'organizzazione internazionale", ha ricordato il CEO. "Ha sede in America ma rappresenta interessi globali. C'è una tensione con chi vorrebbe che fosse un organismo statunitense, ma non lo è". In tutto ciò la sicurezza resta un tema cruciale (per capirlo basta dare un'occhiata alla Applicant Guidebook http://newgtlds.icann.org/en/applicants/agb 1), su cui però è necessario "lavorare tutti insieme, e quindi anche con Paesi come la Siria, la Corea del Nord, l'Iran". Difficile fare previsioni su come sarà internet tra 5-10 anni. "Di certo - ha azzardato Beckstrom - somiglierà meno a un singolo Paese e più al mondo così com'è. Sarà più ubiquo, ci saranno più nomi, dispositivi, diversità. Ci sarà spazio per lingue diverse, meno latino e più cinese, arabo, cirillico. Qualcuno si potrà chiedere perché stiamo facendo questo. La domanda è un'altra: come avremmo potuto aspettare ancora?".


(11 gennaio 2012)

 
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